-:- Transubstans Records -:-
I Three Seasons finiscono nella cartellina dei promo da recensire per oltre un mese e te li dimentichi lì. Ma loro hanno pazienza e sono riservati, non disturbano la tua lentezza. Poi di colpo ti svegli dal torpore riprendendo il file e, sin dalle prime note, qualcosa di familiare ti dice che passerai la prossima mezz’ora a contorcerti sulla sedia imitando gli assoli delle chitarre e battendo i piedi per tenere il tempo. In un nanosecondo appaiono i fantasmi dei Siena Root e dei Witchcraft e si accende una lampadina incandescente: se suonano cosi possono appartenere solo ad un’etichetta. L’arcano si dipana: i nostri sono protetti dalla fulgida, e incapace di sbagliare un colpo, Transubstans Records. Tutto si spiega, ora.
Formati a metà del 2009, seventies-oriented che più non si può, sono un power-trio che ama jammare citando i Led Zeppelin che flirtano con i Black Sabbath, seppur mantenendo una certa identità necessaria per risultare ancora credibili. Toccare certi generi citando mostri sacri, si sa, potrebbe rivelarsi molto pericoloso, ma nel loro caso niente di più facile. Sanno come (ri)maneggiare la materia viscosa dell’(hard)rockblues psichedelico tirando fuori un rifferama muscolare e mai fine a sé stesso. La voce è calda, la registrazione sembra addirittura analogica. Li immaginiamo su un palco con attrezzatura super vintange, magari impegnati in lunghe cavalcate psicotrope in cui basso e chitarra si danno la caccia senza esclusioni di colpi mentre la batteria detta i tempi della battaglia (Ain’t Got Time). Si parte sulle note della discendente Set It Stone passando per le tastiere ieratiche di Far As Far Can Be che vive di saliscendi emozionali da vertigine. Fra una canzone e l’altra tirano in ballo Hendrix e i Mountain, supportati da potenti iniezioni in pieno stile del mai troppo compianto John Lord (ancor prima della svolta hard che la band prese con In Rock) impegnato in lotte intestine con Ritchie Blackmore. Insomma il connubio tra Svezia e Transubstans sta diventando una certezza assoluta per gli amanti di queste sonorità dal sapore bariccato ma che non si lasciano abbindolare dal semplice uso di un wah-wah per gridare al miracolo. L’etichetta l’ha capito e prende sotto la sua ala solo band capaci di aggiungere qualcosa di personale a questo sound ormai mitico. Tutta questa forza muscolare è addolcita da chitarre acustiche capaci di creare atmosfere sognanti. Se viete stancati di tutte queste chiacchere, di gente che sale sul palco facendo finta di suonare, di dischi sempre più prevedibili, di produzioni anabolizzante e elettronica usata tanto e male troverete in questo disco – e nel roster dell’etichetta – una fonte di ringiovanimento definitiva.
Come dite, esagerato? Cosa non lo era negli anni 70?
Giuseppe Celano



